giovedì 28 aprile 2016

ORCHIDEA/ORCHID, in loving memory - By Felice Casucci








La fugacità è ogni cosa. Sta nel volto di chiunque. E noi a difendere inutilmente la posizione conquistata! Come se ci appartenesse. Una “trappola” l’ho definita nel mio ultimo post. Confermo. Foglie di orchidea bianca le pagine dei libri che ho amato. E rondini suicide nella bocca dei fiumi freddi di Finlandia. Elisabetta non ha detto il suo nome al gorgo che l’ha inghiottita. Non aveva più un nome: una donna che muore nel mondo di nessuno. Colta direttamente dalla pianta, la sua vita sarà sembrata quella di una ninfa dei sassi, erosa dalla potenza elementare. Orchis in persona verrà a prenderne la passione. La morte sana molte ferite, coltiva molti campi, anche quelli sconsacrati. Uno squarcio nella pianta su cui crescono le giornate. Si tradisce chi governa il capitolo delle parole per trarne profitto. Mario, suo marito, un maestro per tutti noi, ha percorso ventimila leghe intorno alla perfezione di una foglia, alla necessità che sia mostrata, non colta. Eppure non è bastato! La salma della donna si è offerta al delirio del mondo controverso, forse per una collera mal gestita, forse per una favola conclusiva. Non voglio, non riesco a immaginare neppure i luoghi che l’hanno accompagnata, fugace vestale, dall’ombra del bosco a quella della strada senza ritorno. Le chiedo solo la stessa pietà che ha avuto per se stessa, modella di notti assommate nei magazzini di una guerra del legno e del fuoco. Nessuno, amica mia, può svegliarti. Neppure le belve feroci che ti mangiano le ossa. Tu sei terra, acqua e tormento. Nel planetario di un istante percorri tutte le distanze e le ammansisci con la temperie di una malinconia estirpata alla terra più nera. Fare pazzia d’amore, concepire l’inconcepibile. Questo ti chiedo, a nome dei rivoltosi, contro l’immane destino. L’orchidea tra i capelli della Olympia di Manet, la nudità femminile che sfida le regole dei benpensanti. Le nature morte di Heade. Le emozioni dilatate dalla vagina mentale della O’Keeffe. Tutti simboli di un rigoglio spettrale e impulsivo. Quel che sei tu per me. Tra i tuoi quadri, che conservo in salotto, macchiati di spine e colori tessuti a mano, gli artigli perdono la vista. Riaccesi ora da tutti i ricordi, discesi dagli occhi visionari di Proust, D’Annunzio e Marinetti, tre autori prediletti, foglie di orchidea bianca anticipano i simboli inespressi di un moto d’ira e perdono. Ti rendono viva. Magicamente trasformata, da un rivolo d’acqua dolce, in pianta.

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Fugacity is everything. It's in anyone's face. And we needlessly defend the position conquered! As if it belonged to us. A "trap" I defined it in my last post. I confirm. White orchid leaves the pages of the books I loved. And suicide swallows in the mouths of the cold rivers of Finland. Elizabeth did not say her name to the whirlpool that swallowed her. He no longer had a name: a woman who dies in nobody's world. Cultured directly from the plant, his life will have seemed that of a nymph of stones, eroded by elemental power. Orchis himself will come to take his passion. The death heals many wounds, cultivates many fields, even those deconsecrated. A gash in the plant on which the days grow. It betrays who governs the chapter of words to profit from it. Mario, her husband, a teacher for all of us, has traveled twenty thousand leagues around the perfection of a leaf, to the need that it be shown, not cultured. Yet it was not enough! The corpse of the woman has offered herself to the delirium of the controversial world, perhaps due to an ill-managed anger, perhaps due to a conclusive story. I do not want to, I can not even imagine the places that have accompanied her, fleeting vestal, from the shadow of the forest to that of the road with no return. I ask her only the same pity she has had for herself, a model of nights combined in the warehouses of a war of wood and fire. Nobody, my friend, can wake you up. Not even the wild beasts that eat your bones. You are earth, water and torment. In the planetarium of a moment you walk all the distances and creep with the temper of a melancholy extirpated to the blackest earth. Making love madness, conceiving the inconceivable. This I ask you, on behalf of the rebels, against the immense destiny. The orchid in the hair of the Olympia of Manet, the female nudity that defies the rules of well-meaning people. The still lifes of Heade. Emotions dilated by O'Keeffe's mental vagina. All symbols of a spectral and impulsive flourishing. What are you for me. Among your paintings, which I keep in the living room, stained with thorns and hand-woven colors, the claws lose their sight. Riaccesi now from all memories, descended from the visionary eyes of Proust, D'Annunzio and Marinetti, three favorite authors, white orchid leaves anticipate the unexpressed symbols of anger and forgiveness. They make you alive. Magically transformed, from a trickle of fresh water, into a plant.



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